25 febbraio 2021

Laura Vincenzi

 

Lunedì 1 marzo inizia la fase diocesana del Processo di  beatificazione di Laura Vincenzi: sono molto preso da questa esperienza, così ho preferito dedicare a Laura la fantasticheria di questa settimana. 
Il Vangelo ci propone la trasfigurazione: l'anticipo a misura di uomo di cosa significa vivere accanto a Dio. E' la situazione in cui Laura si trova insieme a tanti con cui  condivide la santità  indipendentemente dal riconoscimento che può venire dalla Chiesa. Il processo che inizia servirà a dare spazio all'idea che la santità è a portata di tante persone di cui Laura Vincenzi è un esempio.
Non aggiungo altro, in questi giorni si parlerà molto di Laura: attualmente è molto attiva la pagina facebook  Per Laura Vincenzi   consiglio una visita.

Ecco il testo della "Fantasticheria" su Laura pubblicata questa settimana  su La Voce di Ferrara-Comacchio

LAURA.

Il 1° marzo inizierà il processo diocesano per la beatificazione di Laura Vincenzi. La Voce della settimana prossima ci racconterà l’evento. Io, oggi, immagino Laura dentro il Vangelo della trasfigurazione: la vedo che sta parlando con Gesù, Mosè, Elia e chissà quanti altri amici ed amiche. Io, invece, sono qui fra lavanderie a gettone che hanno soppiantato i lavandai, grattacieli al posto di capanne e nuvole cariche di smog da cui non esce nessuna voce. Come i discepoli continuo a chiedermi cosa vuol dire risorgere dai morti.

So, però, che Laura è riuscita ad affidarsi sinceramente a Gesù.

Per far conoscere Laura è stata scritta una canzone che a breve sarà resa pubblica. L’autore mi ha mandato il testo in cui le parole delle strofe sono tutte frasi scritte da Laura. 

Si comincia con “Nulla è per caso e vorrei che la mia vita fosse sempre un canto al Signore” per finire con un brano del suo testamento spirituale: ”Signore ti ringrazio dei doni che mi hai fatto, aumenta la mia fede per sorridere alla vita”. Avere una fede che fa cantare e sorridere anche nel dolore è il segreto che Laura ci dona: per questo, nel ritornello, il coro risponde: “Crediamo nella comunione dei santi, sappiamo che Laura canta, ride, gioca insieme a noi”.

E’ il filo che ci unisce, anche oggi, nel solco tracciato dalla trasfigurazione.

La canzone di questa settimana si chiama “Laura canta insieme a noi”. Verrà presentata nei prossimi giorni dal gruppo che promuove la causa di beatificazione di Laura Vincenzi: cercatela….


18 febbraio 2021

Clemente


 Questa settimana la fantasia rende attuale la memoria. Un accenno a Filippo Franceschi, il Vescovo che mi ha fatto gustare la bellezza di stare da laici dentro a una chiesa aperta e accogliente, e un invito ad ascoltare la canzone “La Voce del silenzio”. 

Al festival di Sanremo del 1968 è arrivata ultima: un festival dove c’erano Louis Armstrong, Wilson Pickett, e Dionne Warwick che, appunto, cantava La Voce del Silenzio. 

Negli anni è stata rivalutata e la frase dell’inizio “Volevo stare un po' da solo per pensare tu lo sai, ed ho sentito nel silenzio una voce dentro me” va oltre la semplice idea di una canzone d’amore.

Mi fa sorridere anche l’idea che si parli della Voce del silenzio su La Voce di Ferrara-Comacchio


Questo è il testo: tempo di lettura 1 minuto e 10 secondi.

Clemente

Clemente era un ragazzino curioso:

aveva sempre una domanda, voleva capire.

Al campo  ACR dove l'ho conosciuto

era venuto a trovarci il Vescovo Filippo:

col suo stile cordiale aveva spiegato

la parabola “Del Figliol Prodigo".

Era ormai ora di pranzo,

se non fosse che Clemente ha iniziato a fare domande su tutto,

persino su come funzionava

l'allevamento dei maiali ai tempi di Gesù.

Il Vescovo rispondeva  con pazienza,

ma gli altri ragazzi sbuffavano,

sollecitati dalle cuoche che chiamavano tutti a tavola.

Il giorno dopo, in gita, Clemente rimaneva in disparte:

mi sono avvicinato provando a capire il suo disagio.

Ho dato il meglio di me citando Qoèlet :

”c'è un tempo per tacere e un tempo per parlare”.

Lui, invece, ha continuato a parlare più che ascoltare:

ho capito che bisognava lasciarlo in pace.

Durante il viaggio di ritorno in pullman,

quando tutti erano sprofondati nel sonno,

Clemente si è venuto a sedere vicino a me e, come al solito,

ha iniziato a parlare (proprio quando avrei potuto dormire anch'io):

"ieri quando abbiamo fatto il deserto ho provato a stare

un po' zitto anche dentro di me.

Forse era quella cosa del tempo che mi dicevi tu.

Non è così brutto."

Io  ho fatto un cenno con la mano

mentre le palpebre mi crollavano.

Ora Clemente fa lo psicologo in un'altra città:

ho saputo  che è molto apprezzato

perché sa ascoltare e parla chiaro.

Proprio come Gesù dopo essere stato nel deserto.

Canzone della settimana: “La Voce del Silenzio”

nelle tante versioni disponibili dal 1968 ad oggi.



12 febbraio 2021

Beatrice

Questa settimana sulla Voce chi vuole fantasticare con me 

può incontrare Beatrice. 

La canzone proposta è una di quelle che mi fanno stare meglio:

il ritornello dice di "fare la doccia, inondare con l'amore le persone che ami".Un'immagine stupenda che mi aiuta a pensare che,

sempre come dice James Taylor,

"le cose andranno molto meglio se solo tu lo vuoi".  

Buona lettura e buon ascolto.


Ecco il testo pubblicato  sul settimanale  La Voce di Ferrara-Comacchio

                        

                                                    BEATRICE

Beatrice fin da piccola voleva recitare: già alle medie, scherzando, la chiamavamo BeAttrice, ma quando ci stressava diventava BeAtroce. Lei stava al gioco, come ha sempre fatto e come fa ancora adesso: ogni tanto mette in scena brevi recite in dialetto per gli anziani della casa di riposo in cui lavora come operatrice.

Quest’anno, nella “bolla Covid” in cui è rimasta isolata dentro la struttura per tutto il mese di gennaio, ha organizzato una performance su Sant’Antonio recuperando anche alcuni testi di una “Vciada” che ha ereditato da suo nonno.

Mi ha mandato il video girato da un suo collega. Tutto finisce, ovviamente, con la preghiera che gli anziani, anche i più colpiti dalla degenerazione cognitiva, recitano a memoria. Si sente proprio un coretto via via più deciso che proclama: “Sant’Antoni dal busghin, chi ngh’è pan e chi ngh'è vin…”. Soprattutto si vedono occhi accesi, per qualche minuto di nuovo vivi.

Mi immagino il fiume carsico di pensieri, ricordi e sogni che scorrono sotterranei finchè un’occasione speciale non li fa tornare alla luce del sole.

Sono convinto che è lo stesso sole che ha celebrato la purificazione del lebbroso, uno squarcio di luce che apre nuovi orizzonti.

La tenerezza di Beatrice è, secondo me, la stessa di Gesù e chi la incontra non può tenerla solo per sé.  Non a caso Beatrice significa "colei che rende felici", ancora meglio “che dà beatitudine"...un bel pensiero su cui fantasticare. 

Canzone della settimana: "Shower the People" di James Taylor


5 febbraio 2021

Armando


 Con la Fantasticheria di questa settimana entriamo nel vivo del viaggio sugli stimoli del Vangelo.

La strada passa attraverso personaggi: il primo è Armando (tempo di lettura 1 minuto e 10 secondi)

Ecco il testo pubblicato  sul settimanale  La Voce di Ferrara-Comacchio

ARMANDO

Armando quando si accorse che il suo nome era il gerundio presente del verbo “armare” rimase perplesso, ma poi se ne fece una ragione. Anzi: cominciò a pensare che sarebbe stato una persona pronta a combattere per i propri ideali. Quando lesse in Amleto di Shakespeare “prender le armi contro un mare di sofferenze e, opponendosi, por loro una fine” scoprì il vero valore dell’arma che voleva usare.

Fu così che si trovò a lavorare in un'associazione di tutela dei consumatori.

L’ho incontrato l’altro giorno dopo anni che non ci vedevamo. “Non hai idea di quanti imbroglioni riescono a fregare le persone: promettono miracoli e tanti ci cascano. Da qualche anno, poi, sembra che l’invasione dei social abbia addormentato ancora di più la capacità critica. Noi proviamo a svegliarli e, quando il guaio è già fatto, cerchiamo le strade per rimediare. Non sempre, purtroppo, è possibile.” Gli occhi di Armando, l’unico segno di comunicazione facciale concesso dalla pandemia, avevano una luce vitale: è ancora attivo, con le sue armi in pugno a contrastare i venditori di miracoli.

Probabilmente sa che i veri miracoli bisogna saperli vedere: quando avvengono (ne ho esperienza diretta) è sempre lontano dai riflettori. Proprio come Gesù che si sottrae dalla folla che lo cerca per riempirlo di “like”.

La sua storia, come quella di Armando, si descrive anche con altri gerundi: ascoltando, camminando, cambiando, cercando…per guarire e scacciare i demoni.

Canzone della settimana: “Rainmaker” di Bruce Springsteen



29 gennaio 2021

Una nuova avventura.


 Riprende vita  dopo più di due anni il mio blog. MI sembra il posto adatto dove raccogliere i contributi settimanali che ho iniziato a scrivere da questa settimana nella rubrica "Fantasticherie sul Vangelo della Domenica" sul settimanale "La Voce di Ferrara".

Nell'immagine l'articolo. Ogni settimana concludo con la proposta di una canzone da ascoltare (per chi, ovviamente vuole andarla a cercare). Il caso ha voluto che questa settimana sia una canzone dei Gufi. Il giorno in cui ho mandato l'articolo alla Redazione (il 22 gennaio) è morto a 82 anni Roberto Brivio, uno dei quattro componenti lo storico gruppo milanese. Speriamo sia un incidente e non un'abitudine.

 Ecco il testo pubblicato  sul settimanale  La Voce di Ferrara-Comacchio

INTRO

Inizio a scrivere nella rubrica “Fantasticherie”:

una sfida che mi è stata

inaspettatamente proposta.

Non sarà facile ma ci provo.

L’ultima volta che ho collaborato stabilmente con “La Voce” scrivevo di basket con lo pseudonimo di “P.Vot”, digitando su fogli numerati per tenere il conto delle battute. Era la metà degli anni ‘80, una stagione ricca di aspettative fra gli anni di piombo e la caduta del muro di Berlino.

Dopo quasi quarant’anni ci ritroviamo con le cicatrici di guerre, crisi economiche, dissesti ecologici, tecnologie invasive, mutazioni antropologiche e infinite altre novità su cui si è inserita una forma di pandemia mai sperimentata prima.

Ho attraversato questo periodo provando a diventare un uomo adulto: ora ho la fortuna di tornare, metaforicamente, davanti ad una macchina da scrivere.

Posso “fantasticare” sul Vangelo, il libro che, per fortuna, mi accompagna come la più importante guida per non perdersi lungo la strada: il navigatore dell’anima,  l’unica App indispensabile per non perdersi (per informazioni chiamare il numero diretto 6361).

La fama di Gesù si è diffusa ben oltre la Galilea e mi raggiunge oggi, qui: “Che è mai questo?”. E’ sicuramente il filo che collega, fra alti e bassi, il cammino e le relazioni di una vita: è ancora la possibilità di interrogarsi. 

Semplici spunti  alla ricerca di Gesù Nazareno, il Santo di Dio: so che non è venuto a rovinarci ma a salvarci ed è ancora accanto a noi. 

Canzone della settimana: "Non maledire questo nostro tempo" dei Gufi.






11 luglio 2018

Qualcosa su mio padre (3 di 3)

Finisco questa "trilogia" oggi, 11 luglio, ad un mese dal funerale di mio padre.
Quel giorno, in giacca e cravatta con le sue scarpe da tennis nere, "aveva un solco lungo il viso come una specie di sorriso": era davvero come se volesse confermare che la morte è un passaggio e che quel passaggio lui lo affrontava con lo stesso spirito tra il serioso e l'ironico con cui ha attraversato la sua e  la nostra vita.
Penso che fare memoria del senso che lega le nostre vite sia unire immagini, sentimenti, odori, racconti, sguardi che percorrono tempi lunghi e che non possono essere fissati solo nella parte finale.
Per questo la foto che metto oggi è Carlo da giovane, prima di partire per la guerra.


Di seguito c'è il testo che ho scritto per il funerale (letto poi da Andrea). Una precisazione: si parla di Laura Vincenzi della cui causa di beatificazione sono uno dei promotori: la mostra sulla sua vita era appena stata esposta nella Chiesa di San Giuseppe Lavoratore dove si è svolto il funerale di Carlo.

Ciao Capo, ti saluto oggi come ti ho sempre salutato negli ultimi anni.

Non ricordo perché ti chiamavamo “capo”: probabilmente era dovuto alla tua carriera sul lavoro dove, anche mettendoti a studiare da adulto, avevi raggiunto il livello del “capo operaio”, trasformato poi in quello dell’impiegato poco prima della meritata pensione.
Deve essere proprio così; facevamo ironia sul tuo essere un “capo” al lavoro, dato che in casa non c’era dubbio: l’unico vero e indiscusso capo era la Stamura.

Il 2 giugno, nove giorni fa,  eri a casa e non parlavi da quasi due settimane: speravamo che l’aria di Via Galvani 44, così piena di ricordi e di speranza, ti facesse un po’ risvegliare.
Ho provato a chiederti “come stai” e con un filo di voce hai risposto “bene”...e al solito saluto “Ciao Capo” in un esile soffio mi hai mandato il tuo “ciao”.

“Bene, ciao” sono state le tue ultime parole.

E noi siamo qui oggi per risponderti che va proprio bene così, che abbiamo avuto da te il regalo di una vita ricca e appassionante in cui le difficoltà, le crisi, le cattiverie gratuite, le malattie e persino la morte non spezzano il filo dell’amore che ci unisce.

Bene davvero, bene anche trovarci qui insieme a Laura Vincenzi:  con lei confermiamo che “nulla è per caso”... è sempre lo stesso filo che diventa un grande abbraccio di tenerezza.

Anch’io ti abbraccio come quando mi hai portato alla Spal all’ultima di campionato del 1967 e, vincendo 3 a 2 col Venezia, siamo rimasti in Serie A.

E ti chiedo di portare un abbraccio speciale da parte nostra alla Stamura, come è già successo quando sei arrivato al traguardo dei 60 km della “Ferrara - Mare” nell’aprile del 1978.

Ciao Capo, anzi: arrivederci.
Sappiamo che stai davvero bene, ricordati di noi che siamo ancora qui a tribolare fra gli alti e bassi delle nostre vite.

Patrizio, tuo figlio piccolo.

Il testo si può trovare anche qui Ciao capo


9 luglio 2018

Qualcosa su mio padre (2 di 3)

Quando ci siamo trovati di fronte alla scelta di cosa scrivere sul necrologio di Carlo (uscito sui quotidiani locali domenica 10 giugno) Bruna ed io avevamo appena ricevuto un messaggio da una amica, capace di cogliere quello che avremmo voluto dire in quel momento.
Da lì viene la frase "Corri tranquillo nei prati del cielo, incontro alla tua Stamura nella pace del Signore."

Poi c'è stata la scelta dell'annuncio vero e proprio. L'impiegato di turno propone alcune formule già pronte: le più usate sono "E' venuto a mancare" o "Piangono la scomparsa"... mancare? scomparsa? Il nostro Carlino è presente ora come sempre. Abbiamo preferito scrivere "E' morto serenamente": la morte è parte della vita (anzi, alcuni sostengono che sia l'unica realtà certa della vita), un dato naturale il cui significato appartiene alla sfera più intima di ciascuno.  

Ognuno di noi si è preparato al funerale a modo suo e, alla fine, sia io sia mia sorella abbiamo sentito il bisogno di scrivere un pensiero per nostro padre.
La mattina del l'11 giugno (il giorno del funerale) ce li siamo scambiati e abbiamo raggiunto la certezza che nessuno di noi sarebbe stato capace di leggerli a voce alta.

Ci è stato chiesto di mettere a disposizione i testi: ecco quello di Bruna (alias "Tecla") letto in chiesa da Irene ed Elena.

"Eri un bambino vivace, marinavi la scuola, facevi Tarzan tra gli ippocastani, eri un tiratore scelto di fionda: la nonna diceva che eri un birichino  che teneva allegra tutta la famiglia.
Ci ha pensato la guerra a farti diventare adulto, sei stato mandato a “rompere le reni alla Grecia”: avevi  19 anni  e non ti era nemmeno spuntata la barba.
Sei stato krieggefangen (prigioniero di guerra), parola che non hai mai dimenticato.
Sei scappato dal campo di prigionia di Monaco, hai attraversato il Brennero e, sempre a piedi, sei arrivato in Italia, il giorno dopo la fine della guerra.
Qualcuno ti aveva dato dei vestiti per nascondere la divisa da prigioniero e quei vestiti, neri, per poco non ti avevano fatto linciare; ma avevi gli occhi buoni e, sotto i vestiti neri, la divisa da prigioniero e la ferocia vendicatrice si è trasformata in doni e abbracci.

Ritrovata tutta la tua famiglia, le tue gambe non hanno voluto  più camminare e sei rimasto a letto per quattro mesi, paralizzato.
Le tue gambe hanno, poi, deciso di riprendere il proprio lavoro e da allora le ha fermate solo la Morte.

Ci sono stati la povertà del dopoguerra, il matrimonio, la paternità, i due lavori  da fotografo: lavoravi tanto e dicevi alla nonna che andavi al bar a giocare a biliardo.

Nel Natale del 1954 ti aggiravi in piazza Travaglio alla ricerca di un albero da addobbare con le candeline vere, le palle di vetro e i fili d’angelo argentati, ma i soldi non bastavano per comprare l’albero più economico del mercato.
Hai aspettato che i venditori se ne andassero, hai raccolto da terra i rami caduti e sei corso  in bicicletta a casa.
Hai preso un manico di scopa e, con un trivellino a mano, hai piantato nel bastone tutti i rami raccolti per terra.
Hai lavorato tutta la notte e la mattina hai guardato, felice, gli occhi pieni di gioia e di stupore di tua figlia di fronte all’albero più bello che avesse mai visto.

Sei stato un papà buono, capace di fare qualunque cosa per vedere gli occhi felici dei tuoi figli.
La tua Tecla, che tutti gli altri chiamano Bruna."

Il testo si può trovare anche qui Eri un bambino vivace

La foto di oggi: Carlo e Viki, nonno e nipote, 5 anni fa






8 luglio 2018

Qualcosa su mio padre (1 di 3)

Oggi, 8 luglio 2018, è passato un mese da quando è morto mio padre Carlo. 
Non voglio indugiare qui nei ricordi personali: ci tengo troppo all'intimità di questi momenti, vissuti insieme a mia sorella Bruna ed alle nostre famiglie.
Riflettendo, però, ci siamo resi conto che la memoria è diversa dai ricordi: è un patrimonio da condividere, è un semplice servizio alla dignità di ogni persona, della traccia che regala a questa umanità.
Il primo segno di consapevolezza è una rinnovata ricerca di senso che sta unendo me e Bruna, figli orfani di Carlo e Stamura, uniti in un nuovo modo di sentirci vicini che abbiamo ridefinito "sorellanza".

Dalle storie quotidiane della nostra famiglia possiamo raccogliere qualche sassolino bianco da lasciare sul sentiero: noi per primi (anche al buio, se avremo la fortuna di vedere da che parte  si accende la luna) potremo ripercorrere qualche tratto di percorso nella speranza che ci aiuti nei nuovi itinerari delle strade di ogni giorno.

Al funerale di Carlo le testimonianze dei tanti che hanno voluto esserci ci hanno confermato che la voglia di non perdere quello che ci unisce è grande.
Ci hanno chiesto di poter avere i testi che sono stati letti quel giorno.
Molti hanno sottolineato che era impossibile ricordare Carlo da solo: la sua Stamura era un tutt'uno con lui.

Oggi l'immagine è quella che abbiamo usato per il cosiddetto "santino" (esaurito il giorno del funerale) insieme alla frase scritta sul retro."Ho terminato la mia corsa"...ed è stata una lunga corsa piena di significati.



6 luglio 2018

Torno sul blog: sono ancora io?

Torno sul blog. Dopo 18 mesi torno sul blog: sento che ho bisogno di pensieri elaborati oltre la foga dell’istante.
Torno sul blog e rileggo le ultime cose che ho scritto il 31 gennaio 2017.
Trovo la frase: “la conferma che siamo meglio di come ci rappresentiamo” e mi fermo un attimo: confesso che non sono così sicuro di essere, oggi, d’accordo con me stesso.

Torno sul blog: il tempo porta sempre cambiamenti e oggi, a differenza del 2017, il viaggio verso la mia famiglia africana si può fare senza aereo rimanendo fra l’Adriatico e gli Appennini.

Torno sul blog e riparto da quest’altra frase del 31 gennaio 2017:
“Il viaggio non è mai solo quello fisico e c’è il dramma sempre dietro l’angolo: l’unica certezza con cui facciamo i conti è la nostra fragilità. Non generalizzo, parlo di me che giro con un’agenda piena di nomi e numeri e con un album di fotografie sullo smartphone: le devo mostrare per confermare la realtà delle esperienze. Le riguardo e mi soffermo a pensare quanto vorrei condividerle davvero, in profondità, partendo dai tanti che ora non regalano più il loro sorriso.”
Tanti persone hanno smesso di regalare i loro sorrisi: anche per loro torno sul blog.

Chiudo con un piccolo video (meno di 3 minuti) che mi è stato proposto una settimana fa “Alcune persone vedono erbacce, altri vedono desideri”…e io?





31 gennaio 2017

ULTIMA NOTA: COINCIDENZE E SCALO. L’UNICA CERTEZZA È LA FRAGILITÀ.

Sul volo Istanbul - Bologna (la coincidenza che ci aspettava ad uno scalo) il primo contatto con l'Italia è stato un piacevole viaggio con una bella persona di Bologna: due ore di scambi di opinioni e racconti con un mio coetaneo in viaggio di lavoro.
Ho avuto la conferma che è ancora possibile, da sconosciuti, sperimentare la sintonia e la voglia di condividere idee ed esperienze sui nostri mondi. Storie che, partendo dal nostro essere individui, creano sintonia e senso di comunità.
Da noi si dice “attaccare pezza” e, visti da fuori, stavamo reciprocamente facendo proprio questo: le pezze, però, aggiustano, ricompattano e, usate bene, possono anche lenire il dolore.
Il mio ritorno in Italia è stato anche questo fatto non casuale (una coincidenza e uno scalo dove i sentieri si incontrano): la conferma che siamo meglio di come ci rappresentiamo.

La coincidenza permette di sovrapporre superfici identiche: l’impronta del corpo steso sulla sabbia, la mano appoggiata su un’altra che è bianca sotto e nera sopra, lo scambio di indumenti con qualcuno che li può indossare (un figlio con la testa chiara come il giorno in cui è nato)
Fare scalo, fare le scale: non quelle fra un piano e l’altro di un palazzo ma quelle che si snodano sul pianoforte creando automatismi e velocità senza intoppi o intrecci impropri di dita.
Con la chitarra non ho mai fatto le scale: strimpello accordi grattugiando le corde con plettri sempre troppo duri.
Col piano, invece, ho vissuto anche una breve stagione di scale per migliorare la tecnica e la padronanza dello strumento.

Scali e scale sono la sintesi delle coincidenze di questo viaggio: una sintesi “a freddo” nell’azzurro cielo sottozero dell’inizio 2017 della bassa padana.
Si può salire e scendere, cambiare compagni di strada, interrompersi, ridisegnare la vita in un singolo istante, ripartire, non ritrovarsi più.
Le coincidenze che mi vogliono vivo e sano nonostante infiniti incroci sono le stesse che mi mettono di fronte all’idea di quanta gente non potrò più incontrare fisicamente.
Il viaggio non è mai solo quello fisico e c’è il dramma sempre dietro l’angolo: l’unica certezza con cui facciamo i conti è la nostra fragilità.
Non generalizzo, parlo di me che giro con un’agenda piena di nomi e numeri e con un album di fotografie sullo smartphone: le devo mostrare per confermare la realtà delle esperienze. Le riguardo e mi soffermo a pensare quanto vorrei condividerle davvero, in profondità, partendo dai tanti che ora non regalano più il loro sorriso.
Le dita sul piano si intrigano: è il segno che le scale non fanno per me.
Più opportuno uno scalo “allo scopo di compiere operazioni di carico e di scarico, di rifornimento, manutenzione” per ripartire ancora.
Le nuove sfide sono già dietro l’angolo. 
Tra Mkwawa che combatteva nemici visibili e Peter che affronta quelli invisibili della tubercolosi e dell’indifferenza c’è una strada anche per me: l’unica certezza con cui faccio i conti è la mia fragilità che ha senso solo condivisa con le tante fragilità di chi, vicino o lontano, cammina insieme a me.
Per questo la  foto di oggi è un arrivederci dal Dala Dala della Nyumba Ali.