La festa dell'Ascensione è un invito a riscoprire la dimensione dell'attesa: non facile nel mondo del "tutto e subito".
L'attesa è un atteggiamento attivo, dinamico nella ricerca di senso: non è semplice e nemmeno spontaneo. Può aiutare condividere un pezzo di strada con chi non sceglie l'attesa ma la subisce: persone fragili, malate, emarginate...fra questi i detenuti con cui mi incontro (e confronto) ogni settimana. Ho più domande che risposte e, nel disagio che mi attraversa, scopro doni inattesi.
Ne scrivo, come ogni settimana, nei 1.500 caratteri della rubrica #passa_Parola sul settimanale diocesano La Voce di Ferrara-Comacchio : il tempo richiesto per la lettura è di un minuto.
Qui di seguito il testo integrale.
« Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi.»
Gli Atti degli Apostoli raccontano l’Ascensione, l’inizio del tempo dell'attesa del ritorno di Gesù: è il tempo in cui siamo immersi anche noi, quello in cui il Risorto non è più visibile ai nostri occhi.
Attesa significa "tendere verso": non la passività rassegnata di chi subisce il passare del tempo ma la tensione attiva verso la realizzazione piena del senso della vita.
Mentre rifletto sulle modalità per vivere il tempo dell’attesa mi vengono davanti agli occhi le persone che incontro ogni settimana in carcere. Con loro, insieme ad altri volontari e volontarie, suono la chitarra, canto, mi confronto. A volte la comunicazione si fa più profonda con un’intensità che mi scava dentro: fra sconforto e tenerezza mi scopro povero di mezzi e attraversato da domande.
Che attesa vivono loro in mezzo a tanti vuoti da riempire? Quali spazi di crescita trovano in procedure che, invece di offrire spiragli di rigenerazione, rafforzano gli aspetti più deleteri della convivenza? Che senso ha vivere l’attesa in un sistema in cui il 70% delle persone detenute, una volta uscito, riprende a delinquere?
Affido la mia debolezza alla preghiera. Riscopro e assaporo, così, i momenti di calore umano, di vera vicinanza e di sincera testimonianza di fede che le persone che incontro in carcere (detenuti, operatori, volontari) mi donano. L’attesa, allora, si colora di speranza: quella che ricevo da chi mi dona molto più di quello che offro io.









