Questa settimana la frase che avevo già scritto sul foglietto (che tenevo in tasca) mi ha fatto compagnia in una sala d'aspetto della sanità pubblica.
Quasi una "presa diretta" sulla realtà, senza filtri: con la voglia non tanto di cercare risposte quanto di fare le domande giuste.
Per chi non ha potuto leggerlo sul settimanale
La Voce di Ferrara-Comacchio riporto qui di seguito il testo: come sempre basta un minuto.
“Non dovranno più istruirsi l'un l'altro,
dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal
più piccolo al più grande - oracolo del Signore -, poiché io
perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato.”
Questo
foglietto è in tasca anche adesso mentre aspetto il mio turno: sono
al CAU, l’ambulatorio per le urgenze non gravi. Rassicuro le mie
lettrici più affezionate (le più giovani adultissime di Ponte): non
è niente di particolare, altrimenti sarei andato al Pronto Soccorso.
Non lontano da me una signora piange singhiozzando sopraffatta dal
dolore: il compagno non riesce a consolarla a dimostrazione che la
gravità non ha una definizione oggettiva.
Vorrei
dire qualcosa per rincuorare lei e anche chi si lamenta dei lunghi
tempi dì attesa ma ogni parola mi sembra vuota: rimango, così, a
scrivere sullo smartphone. Ogni tanto alzo lo sguardo e cerco di
incrociare altri occhi per lanciare almeno un piccolo sorriso di
vicinanza: difficile anche quello.
La
signora in lacrime è entrata nell'ambulatorio: provo a rileggere la
frase che ho scelto dal libro di Geremia.
Tutte
le persone qui attorno a me conoscono il Signore e i loro peccati
sono già stati perdonati: chissà se lo sanno, chissà se hanno
assaporato la tenerezza di un Dio che non castiga ma usa
misericordia. Sento la mia fragilità, la frustrazione di non
riuscire a fare altro che rifugiarmi nella preghiera silenziosa.
Tocca
a me. Da qualche minuto la signora che piangeva è uscita con lo
sguardo rilassato accanto al suo compagno: forse sono io che ho poca
fede.