23 dicembre 2011
Natale, dal 1991 al 2011
18 novembre 2011
Se poi sei arrivato qui partendo da là puoi tornare indietro in una sorta di ping pong sul web.
Lo stesso vale se vai e vieni dall'altro link, quello che si trova sul sito delle Famiglie Numerose
Grazie a tutti!
31 ottobre 2011
AbeceDIARIO africano: un piccolo video
Per chi ha voglia di vederlo si trova su YOUTUBE
28 ottobre 2011
AbeceDIARIO africano: tutte le foto sul web!
Fatemi sapere se lo vedete e se è possibile lasciare commenti sulle singole foto.
Con calma ("pole pole") inserirò le didascalie.
21 ottobre 2011
AbeceDIARIO africano: finalmente la ZETA!
20 ottobre
Z come Zawadi
Scrivo di Zawadi nell’ultima puntata del mio AbeceDIARIO in cui, come si vede, ho usato solo le lettere dell’alfabeto italiano: quello che ho studiato da bambino, quello che coincide coi giorni del mio viaggio.
Ho avuto la fortuna di vedere in anteprima un filmato di circa tre minuti su Zawadi e la vita del Centro Diurno della Nyumba Ali. E’ il frutto della presenza di un professionista che ha girato e montato un “corto” sicuramente bello e ricco di stimoli (e praticamente gratis, che non è poco!).
Voglio fargli pubblicità per cui ordino a colei che “non si impone ma dispone” (vedere il commento alla lettera L) di inserire in un commento al blog il suo nome.
Il filmato non è immediatamente disponibile perché parteciperà ad alcuni festival del settore: facciamo il tifo per lui, aspettiamo i risultati e successivamente la massima diffusione soprattutto sul web.
Dei bambini del centro voglio parlare poco soprattutto perché sono sicuro che ne avremo notizie da chi ha più competenze di me.
I capitoli che stanno scrivendo grazie alle persone (italiane e tanzaniane) che si prendono cura di loro e promuovono lo sviluppo delle loro capacità sono il preludio di un racconto più ampio che, sono sicuro, proporrà avventure inedite.
Ho solo in mente alcuni nomi (forse nemmeno giusti) di piccoli compagni di semplici giochi e di difficili segni di affetto: Pio, Piter, Priva, Stevin, Josephin, Patrick, Beta, Salesia, Upendo, Joshua…e qui la mia memoria si arrende. Con loro le Dade protagoniste di un percorso di formazione che le ha rese corresponsabili di un progetto davvero nuovo: Zula, Salome, Tumaini, Maria.
Già che ci sono completo la formazione della squadra delle “donne Nyumba Ali” citando Suku la guardiana che aiuta anche coi bambini, l’esperta Mpenda in cucina (in ferie per tutto il mese di ottobre e sostituita da Janet giovane tirocinante della scuola di cucina di Suor Adolfina), e Deborah che al pomeriggio aiuta in casa e da una mano con Viki e Mage. Credo di averle nominate tutte: se ho dimenticato qualcuno abbiate pietà.
Zawadi, come si sa, vuol dire dono.
L’ultimo regalo di questa esperienza è stato il viaggio di ritorno insieme a suor Marta (al secolo Valeria Accorsi, classe 1946 – ho compilato per lei i moduli per uscire dalla Tanzania) della Visitazione l’esperienza bolognese cresciuta attorno a Don Giovanni Nicolini http://www.famigliedellavisitazione.it/wp/chi-siamo/la-storia .
Mi è stata affidata (!) dato che è sorda dall’età di 9 anni. Siamo una bella coppia: la suora, che ama cucire, con l’essenziale saio e velo marrone e lo spilungone che, al suo secondo volo, deve ascoltare gli annunci in lingua straniera anche per lei.
Suor Marta è sorda ma non muta, anzi: parla più che volentieri ed è un piacere ascoltarla nella forza delle sue storie in cui fede e carità si sposano con l’umile lavoro quotidiano.
Più difficile è farsi capire da lei: legge il labiale quindi bisogna starle davanti e parlare lentamente. L’effetto di ciò è che sono sbarcato a Bologna col collo quasi bloccato per stare girato verso di lei, ma non è un problema, sono giovane e posso riprendermi in fretta.
Durante il terzo e ultimo decollo della giornata ho cominciato a credere nel miracolo. Quando l’aereo raggiunge la quota stabilita e si slacciano le cinture basta deglutire e le orecchie si aprono…in cuor mio ho lanciato una piccola preghiera a Dio: “sai che colpo di scena?” gli dicevo. Peccato, forse sugli aerei della KLM bisogna pregare in olandese.
L’ultimo fotogramma di questo diario vede noi due arrivare a Bologna accolti dalle nostre famiglie: i miei al gran completo casualmente accanto da un gruppetto di suore col saio marrone. Dopo un abbraccio collettivo nell'atmosfera un po’ ovattata dell’aeroporto, ci allontaniamo verso le nostre case. A questo punto non si vede apparire la parola "fine" e nemmeno i titoli di coda perché nulla finisce qui.
AbeceDIARIO africano: penultima puntata, lettera V
19 ottobre
V come Viki…Mage e Ageni
Ci sono situazioni quotidiane a cui presti attenzione solo quanto ti mancano, un po' come il fazzoletto da naso di cui senti il bisogno quando non lo trovi più. Così le tre ragazze che abitano la Nyumba Ali mi appaiono adesso, in questa calda serata a Dar Es Salaam, proprio mentre mi rendo conto che già da oggi (fino alla prossima occasione) ho iniziato a entrare in altre case dove loro non ci sono.
Viki è l’incontro che ognuno dovrebbe fare una volta nella vita: incredibile nel suo essere fuori da ogni schema.
Tutto passa attraverso la bocca, soprattutto il cibo che, nel suo caso, è rappresentato da qualsiasi cosa riesce ad afferrare: la combinazione mano-bocca è capace di produrre effetti devastanti ad una velocità che non si riesce a calcolare né a prevedere.
Attraverso la bocca passano anche le sue comunicazioni col mondo: suoni indefinibili che noi, comuni mortali, cerchiamo di catalogare fra versi in animali ignoti e rumori industriali (certamente il trapano elettrico) ma, in realtà sono unici sulla terra (non esco dai confini del nostro pianeta: una teoria che sta via via prendendo piede sostiene che Viki è un extraterrestre, la camminata identica a quella di E.T. ne sarebbe la prova evidente)-
Sempre con la bocca Viki esprime il suo affetto in sorrisi, smorfie e baci-aspirapolvere che, se non si trasformano in morsi, lasciano segni indelebili nel cuore dei pochi fortunati che hanno provato questa esperienza (e io sono uno di quelli).
Bruna sostiene che Viki è la prova dell’esistenza di Dio che attraverso lei ci ricorda che non possiamo vivere da soli: io non arrivo così in alto ma, nel mio piccolo, ho maturato il sospetto che lei ci sta studiando e ci ha già capito molto bene mentre noi, forse a causa di un eccesso di teorie e diagnosi, siamo ancora lontani dalla risposta.
Mage …la principessa.
In ogni casa dovrebbe esserci una come lei, qualcuno che ti accoglie sempre con un sorriso che diventa facilmente una risata solare. Secondo le più accreditate ricostruzioni storiche, se esiste la Nyumba Ali è merito suo che, proprio col sorriso di cui sopra, ha fatto scattare una molla speciale in Bruna e lucio e, dopo di loro, in tanti altri.
E’ solo da ieri che non la sento ridere mentre racconta a tutti che le arrivo vicino gridandole “apana” con la voce da orso. La risposta immediata è “Kaka Patrizio…!”e poi in poche parole descrive le mie marachelle nei suoi confronti.
Non mi vergogno a dire che mentre scrivo, qui sull’aereo per Amsterdam, piango come uno stupido o, più correttamente, come un deficiente (che è la diagnosi per le persone come Mage): persone a cui manca qualcosa (alla lettera) ma capaci di regali inattesi.
E’ lei che vive accanto a Viki e, con un fiuto speciale, appena qualcosa non va fa scattare l’allarme. Credo che molte volte nel caso delle crisi epilettiche l’allarme di Mage abbia evitato problemi più seri a Viki.
Tra poco arriverà il pranzo della Kenyan Airways: nulla a che vedere con le “specialità” della Nyumba Ali…la cosa che mi manca è la preghiera di Mage con la lista di tutti i partecipanti (presenti e non) e l’immancabile movimento delle mani a ricordare tutti oltre i limiti della memoria, del tempo e dello spazio.
Ageni dice che sono matto e io la prendo sul serio (dimostrando, quindi, di non essere proprio così matto): la quantità di sofferenze e ostacoli che ha già dovuto superare in meno di sedici anni le danno l’autorità di emettere giudizi attendibili.
Come tutte le adolescenti Ageni sfugge ad ogni definizione rigida:
· è quella che canta appena alzata o quella che tiene il muso la sera?
· è quella che inventa storie e giochi di parole o quella che finge di suonare la tastiera?
· è quella che segue rigidamente le usanze tanzaniane o quella impegnata nella “lotta di classe” contro il profe ignorante che quando non sa più cosa dire picchia gli studenti?
Con lei ho fatto il bagno nell’Oceano Indiano inventando il “tuffo Niuton” (si scrive così), per lei ho ricominciato a scrivere sul pentagramma (e ne è uscito un – bellissimo – brano di 4 battute in do di cui conservo gelosamente la traccia audio dell’esecuzione integrale dell’altro giorno) scoprendo anche gli imbrogli e le astuzie di chi fa finta di seguirti ma invece va per la sua strada.
Ora capisco che la linea della mia storia con Ageni è come un elettrocardiogramma, pieno di alti e bassi ma comunque collegato al cuore. Come tutte le linee irregolari potrà sembrare più dritta guardata da lontano, con occhio più distaccato e meno acquoso di quello che ho adesso.
18 ottobre 2011
AbeceDIARIO africano: lettera U...
18 ottobre
U come...
Ultima sera nella Nyumba Ali.
Confesso che sono un po' triste per la partenza e commosso per la cena (fra le più intime del mio soggiorno qui, eravamo solo in otto): iniziata col “pilao” (!) avanzato a pranzo si è chiusa con due sorprese...le frittelle africane (non ricordo il nome) preparate da Ageni e il “bunet” specialità delle grandi occasioni fatto da Lucio. Insieme alla crostata alla marmellata di Papaya portata da Giorgia per il pranzo posso dire che chiudo il mio soggiorno africano anche con grandi soddisfazioni alimentari. Queste si aggiungono alle emozioni, suggestioni e riflessioni che non hanno mancato di provocarmi.
E' un po' come entrare e uscire da se stessi vedendo e guardandosi nello stesso tempo, con la fortuna di poter dedicare energie solamente a quest'impegno: un vero regalo di cui sento di non essere l'unico destinatario. Spero di aver potuto iniziare a condividerlo con altri anche attraverso questo blog (i numeri del contatore e i commenti, soprattutto su facebook, danno segnali positivi).
Anche oggi non sono mancate le esperienze forti con la visita in mattinata a Tosamaganga, località che per qualche tempo ha rappresentato un centro in grado di competere con Iringa per importanza.
Ancora adesso la presenza dell'ospedale in cui opera il Cuamm lo rende un punto di riferimento significativo. Questa volta siamo entrati nell'ospedale ed ho verificato di persona non tanto la qualità dell'assistenza (su cui non ho competenze) quanto la particolarità delle forme di assistenza. Innanzitutto per ogni ricoverato c'è almeno un'altra persona che lo accompagna non tanto e non solo per stargli vicino quanto per fargli da mangiare e lavare la biancheria. Qui gli ospedali non hanno alcun tipo di mensa così i cortili attorno sono pieni di donne che accendono fuochi per cucinare per i propri ricoverati. Accanto ai fuochi altre aree sono dedicate al lavaggio dei vestiti mentre i corridoi accanto alle sale di degenza sono pieni di stuoie arrotolate su cui i parenti passano la notte.
Sul retro dell'ospedale è sorto nel tempo un vero e proprio mercato in cui, chi è arrivato di corsa senza attrezzarsi prima, può trovare tutto quello che gli serve: dalla pentola per cuocere ai vestiti, dai generi alimentari alla radio...niente di straordinario, è il modello “ospedale – città” che si è affermato anche da noi.
L'incontro casuale con Michele, un giovane chirurgo italiano che resterà qui per sei mesi, conferma l'impegno della comunità internazionale a mantenere buoni livelli di assistenza sanitaria confermati anche dai lavori di ristrutturazione di alcuni reparti.
Dall'ospedale si entra in una strada che costeggia il fiume:il verde rigoglioso della zona conferma il motivo per cui questa zona ha potuto svilupparsi. Qui, come in gran parte della Tanzania, i primi occidentali ad arrivare sono stati i tedeschi che hanno importanti alcune piante di eucalipto che adesso formano vere e proprie foreste altissime. E' strano, per me, pensare ai tedeschi in queste regioni, ancora più incredibile scoprire che una parte della prima guerra mondiale fra inglesi e tedeschi si è combattuta anche qui.
Lo stile germanico si respira nella grande piazza che domina la cittadina: da un lato la grande chiesa con due torri, dall'altra la sede del più grande istituto di suore della regione...un palazzo alto che sembra più una caserma che un luogo di formazione e preghiera.
Poco lontano orfanotrofio e scuola materna gestite dalle stesse suore della “caserma” ci riportano al mondo dei bambini che ci accoglie ovunque e che qui si materializza nei pochi che non stanno dormendo e che ci corrono incontro. Dal bambino di un mese con la madre morta nel parto a quelli di quattro anni che dormono insieme su una grande stuoia a terra, si contano oltre 100 presenze: figli dell'abbandono, dell'aids, della miseria...alle 11 stavano già dormendo dopo il pranzo; spero che la caserma in cui le suore crescono non rappresenti anche lo stile con cui viene gestito l'orfanotrofio.
U come Utopia e Ugali
Metto insieme le parole che parlano di sogni apparentemente irraggiungibili e della polenta (ugali, appunto) perché trovano una singolare sintesi nel dottor Carlo Lesi, medico nutrizionista di Bologna (spero di aver scritto bene) in pensione ed attualmente impegnato nel condurre a termine la costruzione della diga a Madege insieme all'associazione S.C.S.F. Di Bologna. Dopo una visita ai bambini del centro con importanti consigli sull'aspetto dell'alimentazione e della deglutizione (supportati dal confronto con Giorgia che, oltre a cucinare crostate alla papaya, è qui come logopedista interessata agli stessi argomenti), Carlo (che è già stato qui) si ferma a pranzo con noi e ci ragguaglia sulla diga che ha assunto i contorni di un'impresa quasi titanica ma che sembra incanalata (è il caso di dirlo) verso una conclusione non troppo lontana.
Vale la pena di saperne di più sul sito dell'associazione che qui spiega il progetto della diga e qui propone un diario di viaggio di questi giorni con molte analogie col mio
Ora non so quanto e se potrò ancora scrivere: le valigie sono già chiuse e domani otto ore di auto ci porteranno a Dar per accogliere altri due amici della Nyumba Ali che, dopo la mia partenza alle 5.10 del mattino, verranno qui per dare una mano. Così è la storia di accoglienza di questa e di altre case: la concretezza di un modo di vivere aperto, con le ali, nella semplicità e nell'attenzione agli altri: Uno stile che non dipende dal luogo in cui si vive ma dalle scelte che ognuno di noi decide di fare...in Italia e in Tanzania.
Finirò comunque questa mia impresa che, senza essere una diga, ha comportato un certo sforzo...la V e la Z mi guardano sornione e con aria di sfida dalla parete alle mie spalle: riuscirò a domarle, abbiate fiducia.
17 ottobre 2011
AbeceDIARIO africano: lettera T
17 ottobre
T come TEMPO
Ora si sente più forte nell'aria l'annuncio del ritorno: oggi e domani saranno le ultime giornate piene ad Iringa, poi il 19 servirà per avvicinarci a Dar dove alle 5.10 partirò e, dopo uno scalo a Nairobi e uno più lungo ad Amsterdam, arriverò a Bologna alle 22.15 (scrivo queste informazioni sperando che qualcuno dei miei le legga e si ricordi di venirmi a prendere a Bologna...).
Il tempo va e riempie le valigie di oggetti: all'andata furono 23 kg di pannoloni sostituiti, al ritorno, da prodotti locali da mettere in vendita per sostenere la Nyumba Ali (scrivo queste informazioni per cominciare a fare un po' di pubblicità, magari qualche lettore del blog è interessato...).
Ed è tempo che parli delle persone venute dall'Italia che in questi giorni hanno girato intorno alla “Casa con le ali”.
Valeria, Paola e Daniele hanno costituito l'equipe che ha gestito il corso di cui tante volte ho parlato. Vengono da parti diverse dell'Italia (Fabriano, Savona, Napoli) e in questi due anni hanno maturato un affiatamento invidiabile sperimentando direttamente quella che qualcuno ha definito “contaminazione culturale”: la capacità di mettere al servizio di altre culture le proprie conoscenze ricevendone stimoli altrettanto importanti. La pubblicazione degli atti dei moduli formativi in kiswahili promossa (come tutti i corsi) dalla Nyumba Ali sarà un altro tassello importante a cui stanno già lavorando con la collaborazione di Padre Josè che supervisiona la traduzione.
Ai primi di ottobre è apparsa Giorgia, studentessa di Vicenza che prepara la tesi in logopedia. Anche per lei applicare la teoria dell'Università di Padova alla realtà concreta dei bambini del Centro Diurno è un impegno gravoso anzi, forse impossibile, se non a prezzo di un cambio completo di prospettiva: partire dai bisogni veri di questi bambini e ripensare su di loro strategie personalizzate su cui, forse, si potrà consolidare una base teorica. Forse dico delle stupidaggini ma le dico dopo quasi venti giorni di vita accanto a Viky, la dimostrazione vivente che ci sono situazioni non comprese in nessuna classificazione.
L'ultima arrivata è Anna, di cui ho già parlato. Anche lei ha chiesto di fare esperienza qui dando una mano e si è inserita bene sia durante il corso sia nella vita quotidiana del Centro Diurno e della Nyumba Ali. Peccato si sia presentata cantando una versione inascoltabile di quello che resta del “fungo velenoso” dopo essere stato stravolto dagli scout...non è tutta colpa sua ed ho apprezzato il suo entusiasmo (non poteva essere altrimenti, se vuole restare da queste parti!) quando ieri le ho fatto sentire la versione originale di cui sono il vero autore.
Rileggendo sembra che Nyumba Ali sia diventato un albergo: in realtà queste 5 persone di cui ho appena parlato hanno altre sistemazioni trovate grazie alle loro passate esperienze in zona: ci si trova insieme sul lavoro giornaliero, a pranzo e qualche volta a cena.
Abitano invece qui, nelle due stanze accanto al Centro Diurno, Francesco e Miriam che svolgono il Servizio Civile per un anno attraverso un progetto di Ibo di Ferrara qui potete saperne di più
Vedendoli ormai a pochi mesi dalla fine di un lungo anno posso solo immaginare quanti ostacoli abbiano dovuto superare: credo che per loro si tratterà di un'esperienza da cui sarà difficile prendere le distanze.
Sarà ancora questione di tempo, forse l'unica cosa che è uguale qui come in tutto il mondo: i secondi si susseguono senza la logica del “pole pole” ma nemmeno della corsa sfrenata che spesso non conduce da nessuna parte. Il tempo è quello, lo stesso che – in questo viaggio nella memoria – amavo calcolare da bambino quando, frutto degli esperimenti didattici di mia sorella, già a 7 anni moltiplicavo 60 X 60 X 24 X 365 X 100 per sapere quanti secondi ci sono in un secolo (senza considerare gli anni bisestili).
La domanda ora è: quanti secondi mi serviranno domani per far stare tutto nelle mie due valigie grandi?
AbeceDIARIO africano: lettera S che occupa molto Spazio
16 ottobre
S come STRADA
Ancora una volta la strada ci porta a Mgongo, stavolta per la messa domenicale. La comunità si raduna nei posti consueti all'interno della chiesa costruita come un esagono irregolare con due lati più lunghi che formano una punta a indicare e contenere l'altare. Il coro delle donne è subito pronto a sostenere quella che mi è sembrata la vera differenza fra qui e la mia esperienza italiana: la partecipazione col canto e col ballo, una partecipazione fisica che rende la liturgia una vera festa. Io stesso che non capivo nulla di quello che si diceva mi sentivo parte di una vera celebrazione collettiva. Finalmente ho conosciuto Padre Franco dei Missionari della Consolata: da quarant'anni vive la sua vocazione fra i poveri del mondo e la scuola professionale con annessi laboratorio che ha messo in piedi qui è un importante punto di riferimento per la formazione di tanti giovani. Alcuni di loro sono qui, li avevo già incontrati alla festa di fine corso per le assistenti: occupano i posti in fondo a sinistra. I bambini del villaggio con cui ieri ho fatto quattro risate guardando una assurda telenovela tanzaniana (con sottotitoli in inglese) sono nella zona centrale.
I chierichetti hanno tuniche coloratissime mentre sei bambine in bianco e giallo attorno all'altare accompagnano ogni canto con balli specifici, diversi da quelli del coro che balla per tenere il ritmo del canto. Fedele al mio ruolo di “mzungu curioso” ho registrato tutti i canti senza farmi vedere (grazie al mio piccolo registratore portatile di cui ho già parlato) e ho registrato anche Ageni che, con bella cadenza, legge la lettera di Paolo. Non penso che tutte queste registrazioni (solo oggi ne ho fatte 63) potranno avere qualche esito pratico...mi accontento, al solito, di tenere traccia di questa esperienza: foto, video, suoni e pagine scritte (queste).
Al pomeriggio ancora strada, ancora verso Mgongo e poi oltre quando l'asfalto lascia spazio allo sterrato e trasforma la nostra auto in un distributore di polvere.
Prima meta la casa dell'altra nonna di Ageni in un villaggio apparentemente disperso fra chilometri di terra rossa, pietre e alberi secchi nell'incredibile altopiano della regione di Iringa. In distanza da ogni parte si vedono montagne di un'altezza interessante, considerando che tutta la zona pianeggiante si trova già al di sopra dei 1.600 metri.
Scherzando fantastichiamo fra di noi ipotizzando di aprire un rifugio su una delle cime più rocciose: sentieri da trekking attrezzati e pernottamento (ovviamente a costi altissimi) per attirare qualche bianco danaroso in cerca di emozioni esotiche: menù fisso “Mpala na Ugali” (il corrispettivo di capriolo con polenta). Affidiamo l'idea a chi la vuole sposare: prima di imbarcarsi in simili avventure, però, si consiglia una visita in loco, persino Anna di Forlì, giovane scout con grandi capacità di adattamento che ci sta dando una mano in questi giorni con la sua competenza in campo educativo, alla fine non sembrava molto convinta.
Lungo la strada si intravvedono anche le case da cui provengono Viky e Mage... è incredibile quest'ultima che ogni giorno smentisce la diagnosi che l'avevano bollata come totalmente incapace: oggi ha riconosciuto la sua casa d'origine in distanza.
Lasciata Ageni dalla nonna e dai sui parenti (su cui vari gradi non mi addentro dato che tutte le zie sono mamme e tutti i cugini sono fratelli o qualcosa di simile) ci allontaniamo di qualche chilometro verso Isimani dove incontriamo un'altra esperienza di cooperazione internazionale: “Casa Nostra” (Nyumba Yetu): un vero e proprio villaggio dei bambini con dieci casette colorate e ben tenute in cui trovano ospitalità giovanissimi orfani e sieropositivi. La pulizia e la cura dell'ambiente saltano agli occhi e generano un po' di stupore: è l'unico caso che conosco di struttura di accoglienza con la coda al cancello per entrare e non per uscire.
L'idea è quella di proporre il meglio creando un esempio che possa fungere da traino anche per altri, e comunque si trova espressa meglio sul sito di riferimento
Confesso la mia piccola delusione quando, al solito, ho chiesto ai quaranta bambini del centro di cantare una canzone che poi la registravo col mio infernale MP3 e loro si sono esibiti in una canzoncina italiana evidente frutto dei vari gruppi che si succedono per campi di lavoro al Centro.
Incredibile l'incontro con Luciana, volontaria di Portomaggiore (a 20 km da casa mia a Ferrara e poco lontana anche dalla “Casa con le Ali” in Tanzania) anche se attraverso un'associazione di Faenza (qui il sito)
A proposito di canzoni oggi a Isimani c'era una chitarra con tutte le corde e accordata: ho finito col cantare il Blues del fungo velenoso che, qui in Africa, assume una nuova connotazione semantica (!).
Da bravo ferrarese in trasferta non potevo non avere nel mio bagaglio musicale qualcosa di Andrea Poltronieri. La scelta è caduta sul brano storico “Gino lavora al Famila”...nella casa e nella macchina sta rapidamente scalando la hit parade, e si appresta ad entrare nei circuiti radiofonici.
Personalmente lascerei intatto il testo e cambierei solamente i “radic” che qui non sono molto noti e andrebbero sostituiti dalle “mcicia” la verdura più diffusa.
S come SANA
Sana in kiswahili significa “molto – tanto”, unito alle parole serve a rafforzarne il valore...”Asante sana” : “molte grazie, grazie tanto”.
Molto, tanto è quello che sto ricevendo da questa esperienza che quindi è “sana” in due lingue.
16 ottobre 2011
AbeceDIARIO africano: lettera R
15 ottobre
R come RADICI
Enrico viene da Gorgonzola e, proprio come il formaggio della sua terra, mi è piaciuto subito.
Da sedici anni è qui per accogliere ragazzi di strada: maltrattati, allontanati, trascurati, con quelle forme di affido fatte più col cuore che con la carta bollata tipiche dell'Associazione Giovanni XXIII. Parlare con lui stamattina è stata una di quelle rare occasioni per andare alle radici dei problemi e delle scelte. Le sue analisi, frutto di un'esperienza probabilmente unica, sono precise: non tagliate con l'accetta dei cosiddetti “esperti" ma piuttosto scavate nel profondo dalla passione che, come dice la parola stessa, è un insieme di entusiasmo e di sofferenza. La fede profonda e la tenacia umana sono i binari su cui il treno della sua vita sta camminando.
Non voglio metterlo su un piedistallo, lui per primo non vorrebbe: mi piacerebbe solo che altri potessero conoscerlo meglio, anche di come è capitato a me. Per questo l'ho invitato a mettersi a scrivere, perché la ricchezza della sua storia possa circolare ed essere condivisa di più; io, attraverso un piccolo diario, posso solo riportare stati d'animo e riflessioni a caldo.
Le radici sono anche quelle che ti legano alla terra dove sei nato: radici tagliate come quelle dei due ragazzi aggrediti e uccisi l'altra notte sulla strada da Iringa a Mgongo, uno per essere derubato di due sacchi di carbone, l'altro che passava per caso per non poter testimoniare contro gli aggressori; radici mai piantate come il bambino di una ragazza, sempre di Mgongo, morto prima di nascere nonostante la corsa all'ospedale; radici che stanno crescendo grazie alla consapevolezza delle donne che oggi, sempre a Mgongo, hanno finito il livello avanzato del corso di formazione e dalla prossima volta potranno essere loro stesse a trasmettere conoscenze e capacità alle loro colleghe che iniziano.
Tutto ciò si interseca sulla strada verso il villaggio di Mgongo (che vuol dire “schiena, dorso”), strada percorsa molte volte in questi giorni forse alla ricerca del giusto carico da portare e del giusto peso da proporre agli altri.
Non posso poi dimenticare le mie radici, la mia storia, i miei sogni che non sono solo miei ma che cerco di condividere a partire da chi li conosce meglio di chiunque altro. Penso a mia moglie da cui non sono stato mai così lontano e per così tanto tempo, penso a radici che grazie a lei possano prendere le ali e, superando le leggi della natura, prendere il volo. Era un'espressione che girava qualche anno fa (forse una frase di qualche autore famoso): avere insieme le radici per stare saldi e le ali per volare: ali come quelle della casa dove mi trovo adesso.